sistemare i segnalibri #18

Ka-chow! Sono Gualtiero Bertoldi, vi comunico ufficialmente che la presente newsletter è spostata in via definitiva al giovedì (mattina, ma non sorprendetevi troppo se qualche volta vi arriverà nel pomeriggio), dopo il Papa che fa le prank call a caso adesso ci tocca pure Salvini che citofona e scappa (e quindi I’m calling the cops), e questi sono i segnalibri da sistemare di questa settimana. Ah, no, un attimo, prima dovete vedere l’ultimo video di IGORRR. O almeno provarci.


sistemare i segnalibri

  1. Teal and orange - i due colori che più hanno impestato la cinematografia hollywoodiana mainstream degli ultimi vent’anni.

  2. Kaspar Hauser - aenigma sui temporis, ignota nativitas occulta mors.

  3. The Decapitator - tagliategli la testa!

  4. The Golden Age of Video - uno dei primi, e ancora migliori, mash-up video-musical-citazionisti di sempre: “We came, we saw, we kicked its ass!”.

  5. Conspiracy master - io sono un interdimensional monk, voi?

  6. Kunstformen der Natur - tutte le tavole dell’opera di Ernst Haeckel comodamente zummaboli.

  7. Conversation questions - if the whole world were listening, what would you say?

  8. Samplerman - prendi una caterva di fumetti, falli a pezzettini, frullali, appiccicali insieme, dagli una bella passata di digitale, ed ecco il capolavoro del bizzarro.

  9. The Scooby Doo thing - il cartone animato che Carpenter non è mai riuscito a fare.

  10. Old version - vi manca da morire quella tanto caruccia, snella e perfettamente funzionante versione del vostro programma del cuore? Questo è il sito che fa per voi (e stavo ovviamente parlando di winamp 2.91).

  11. Yoga copyright wars - sì, be’, è successo anche questo.

Non hanno funzionato


questa volta: tutti i fumetti del mondo

Low Moon, di Jason.

Hajime no Ippo, di George Morikawa, che avrà un sacco di classici difetti da shonen sportivo, ma pure degli imperdibili momenti comici.

Kongō Banchō, di Nakaba Suzuki (sì, quello di Nanatsu no Taizai - questo è il manga immediatamente precedente).

Ichi the Killer, di Hideo Yamamoto.

Toriko, di Mitsutoshi Shimabukuro.

Hyōryū Kyoshitsu - The drifting classroom, di Kazuo Umezu.

Hitman, di Garth Ennis e John McCrea.

Tetsuwan Atom, ovviamente di Osamu Tezuka.

E altrettanto ovviamente la precedente tavola mi ricordava qualcosa - qualcosa che sarebbe stato disegnato vent’anni dopo: Akira, di Katsuhiro Otomo.


il racconto: Segni e simboli, di Vladimir Nabokov (nella traduzione di Ugo Tessitore).

1

Per la quarta volta in altrettanti anni erano di fronte al problema di quale regalo portare a un ragazzo afflitto da disturbi mentali incurabili. Non aveva desideri. Gli oggetti creati dall'uomo gli si presentavano come alveari di cattiveria, vibranti di una attività maligna che egli solo avvertiva, oppure beni dozzinali che non trovavano utilizzo alcuno nel suo mondo astratto. Scartato un certo numero di articoli che avrebbero potuto ferirlo o spaventarlo (qualunque tipo di congegno, per esempio, era tabù), i genitori optarono per una cosetta ricercata e innocua: un cestino con dieci diverse gelatine di frutta in altrettanti vasetti. Alla sua nascita erano già sposati da parecchio tempo; e ora, trascorsa una ventina d'anni, apparivano decisamente vecchi. I capelli grigi di lei erano pettinati alla meglio. Portava vestiti neri da poco prezzo. A differenza delle donne della sua età (come la signora Sol, della porta accanto, dal viso tutto dipinto di rosa e mauve, e il cui cappellino era un grappolo di fiori cresciuti sull'orlo di un ruscello), lei offriva un nudo volto bianco alla luce primaverile rivelatrice di magagne. Il marito, uomo d'affari di un certo successo in patria, ora dipendeva in tutto e per tutto dal fratello Isaac, americano verace da quasi quarant'anni. Lo vedevano di rado, e lo avevano soprannominato «il Principe». Quel venerdì tutto andò storto. In metropolitana venne a mancare, nel tratto fra due stazioni, la corrente che alimentava il treno, e per un quarto d'ora non sentirono altro che il battito diligente del loro cuore e il fruscio dei quotidiani. L'autobus che avrebbero poi dovuto prendere li fece aspettare un'eternità e, una volta arrivato, era stracolmo di garruli liceali. Pioveva forte quando salirono su per il bruno sentiero che conduceva alla casa di salute. Lì, attesero di nuovo; ma, alla fine, ad apparire non fu il loro ragazzo, con il suo passo strascicato (il povero viso chiazzato dall'acne, mal rasato, torvo e confuso), bensì un'infermiera, che già conoscevano e non amavano, la quale spiegò loro, con brio, come lui avesse tentato di nuovo di togliersi la vita. Stava bene, disse, ma una visita avrebbe potuto turbarlo. Il luogo era così infelicemente a corto di personale ed era così facile, là, che le cose finissero scambiate o fuori posto, che decisero di non lasciare il regalo in segreteria, ma di portarglielo quando sarebbero tornati. Aspettò che il marito aprisse l'ombrello, quindi lo prese sottobraccio. Lui continuava a schiarirsi la gola in quel modo particolarmente sonoro che in lui denotava turbamento. Raggiunsero la pensilina della fermata dell'autobus dall'altro lato della strada e lui chiuse l'ombrello. Qualche metro più in là, sotto un albero che sgocciolava ondeggiando, un uccellino implume e mezzo morto si contorceva invano in una pozzanghera. Nel lungo tragitto verso la stazione della metropolitana i due non proferirono verbo; e lei, ogni volta che il suo sguardo si posava sulle mani del marito (vene gonfie, macule scure della pelle), convulsamente serrate intorno al manico dell'ombrello, sentiva montare un'ondata di lacrime. Mentre si guardava intorno alla ricerca di qualche cosa su cui fissare l'attenzione, trasalì leggermente, con un misto di pena e di meraviglia, nel notare una passeggera, una ragazza dai capelli scuri e dalle sudicie unghie dei piedi laccate di rosso, che piangeva sulla spalla di una donna più anziana. A chi somigliava, quella donna? Somigliava a Rebecca Borisovna, la cui figlia aveva sposato un Soloveicik – a Minsk, anni fa. L'ultima volta che il ragazzo ci aveva provato, il metodo era stato, secondo il dottore, un capolavoro di inventiva; e ci sarebbe riuscito, se non fosse stato per l'invidia di un altro paziente che, pensando stesse imparando a volare, l'aveva fermato. Il ragazzo in realtà mirava ad aprire una falla nel suo universo e a fuggire. Il sistema delle sue fissazioni era stato argomento di un minuzioso saggio in un mensile scientifico, ma lei e il marito ci erano arrivati da soli molto prima di quella pubblicazione. Herman Brink l'aveva chiamato «mania referenziale». In questi casi, molto rari, il paziente immagina che tutto quanto gli accade intorno sia un riferimento velato alla sua personalità e alla sua esistenza. Da questo complotto egli esclude la gente in carne e ossa, poiché si considera molto, ma molto più intelligente di chiunque altro. La natura fenomenica lo segue come un'ombra ovunque vada. Le nuvole nel cielo che lo fissa si trasmettono l'un l'altra, con lente segnalazioni, notizie incredibilmente particolareggiate sul suo conto. I suoi pensieri più reconditi vengono discussi, al cadere della notte, con un alfabeto muto, da alberi che gesticolano oscuramente. Sassolini, macchie, striature di luce formano disegni che rappresentano, in qualche terribile modo, messaggi che egli deve intercettare. Ogni cosa è in codice e di ogni cosa il soggetto è lui. Fra quelle spie, alcuni – superfici di vetro o pozze tranquille – sono osservatori distaccati; altri – i cappotti nelle vetrine – sono testimoni di parte, potenziali linciatori; altri ancora – l'acqua che scorre, i temporali – sono isterici sino alla follia, hanno di lui un'opinione distorta, e travisano le sue azioni in maniera grottesca. Deve stare sempre in guardia e dedicare ogni minuto e ogni segmento della sua vita a decodificare l'ondulazione delle cose. Perfino l'aria che respira viene catalogata e archiviata. Se solo l'interesse da lui destato restasse nelle immediate vicinanze... ma ahimè, non è così! I torrenti di scandalo sfrenato aumentano di volume e di loquacità con la distanza. Le silhouette dei globuli del suo sangue, ingrandite un milione di volte, svolazzano per vaste pianure; e, ancora più lontano, grandi montagne di insostenibile altitudine e compattezza riassumono, in termini di granito e di abeti gementi, la verità ultima del suo essere.

2

Quando emersero dal tonante fragore e dall'aria viziata della metropolitana, le ultime scorie del giorno si mescolavano alla luce dei lampioni. Lei voleva comprare del pesce per la cena, e così gli passò il cestino con i vasetti di marmellata e gli disse di andare a casa. Egli salì fino al terzo piano quindi si ricordò che, in qualche momento della giornata, aveva dato le chiavi a lei. Sedette in silenzio sui gradini e in silenzio si alzò allorché, dieci minuti dopo, lei giunse, arrancando a fatica su per le scale, sorridendo debolmente e scuotendo la testa a disapprovazione della propria sbadataggine. Entrarono nell'appartamento di due stanze e lui andò subito allo specchio. Si allargò con i pollici gli angoli della bocca, con un'orrida smorfia da maschera si tolse la dentiera nuova, irrimediabilmente scomoda, e staccò le lunghe zanne di saliva che la connettevano a lui. Mentre lei apparecchiava, lesse il suo giornale russo. Sempre leggendo buttò giù quello scialbo nutrimento che non richiedeva l'uso dei denti. Lei conosceva i suoi umori e rimase anch'essa in silenzio. Quando lui andò a letto, lei restò nel soggiorno con il consunto mazzo di carte e i vecchi album. Dall'altra parte dell'angusto cortile, dove la pioggia tintinnava contro pattumiere ammaccate, le finestre erano illuminate di una luce morbida, e in una di queste si vedeva un uomo, pantaloni neri e gomiti nudi sollevati, che giaceva supino su un letto in disordine. Lei abbassò l'avvolgibile ed esaminò le fotografie. Da neonato aveva un'aria più stupita della maggior parte dei neonati. Da una piega dell'album cadde giù una cameriera tedesca che avevano avuto a Lipsia e il suo fidanzato dalla faccia adiposa. Minsk, la rivoluzione, Lipsia, Berlino, Lipsia, la facciata di una casa, presa di sbieco e sfocata. Eccolo a quattro anni, in un parco, imbronciato, timido, la fronte aggrottata, che distoglie lo sguardo da uno scoiattolo vispo, come faceva con qualunque altro sconosciuto. La zia Rosa, una vecchia pignola, spigolosa, dagli occhi stralunati, che era vissuta in un tremulo mondo di cattive notizie, bancarotte, incidenti ferroviari, escrescenze cancerose, fino a quando i tedeschi non l'avevano messa a morte, insieme a tutti quegli altri di cui si era data pensiero. A sei anni, l'età in cui disegnava uccelli meravigliosi con mani e piedi umani e soffriva d'insonnia come un adulto. Suo cugino, oggi famoso giocatore di scacchi. Di nuovo lui, sugli otto anni, già difficile da capire, spaventato dalla carta da parati in corridoio, spaventato da una certa figura in un libro, che si limitava a mostrare un paesaggio idilliaco con rocce sul fianco di una collina e la ruota di un vecchio carretto appesa ai rami nudi di un albero. A dieci anni: quando avevano lasciato l'Europa. La vergogna, la pena, le difficoltà umilianti, i bambini sgradevoli, turbulenti, ritardati, con cui era venuto a trovarsi in quella scuola speciale. Poi quel periodo della sua vita, coinciso con una lunga convalescenza dopo una polmonite, in cui tutte le piccole fobie che i genitori avevano caparbiamente considerato eccentricità di un bambino oltremodo dotato si erano come rapprese in un denso intrico di chimere le quali interagivano secondo una loro logica, rendendolo totalmente inaccessibile alle menti normali. Questo, lei lo accettava, e molte altre cose ancora, poiché dopotutto vivere significava accettare la perdita di una gioia dietro l'altra, e nel suo caso neanche di gioie si trattava, ma di semplici possibilità di miglioramento. Pensò alle infinite ondate di dolore che, per una ragione o per l'altra, lei e il marito avevano dovuto sopportare; a quei giganti invisibili che facevano male al suo ragazzo in qualche modo inconcepibile; all'incalcolabile quantità di tenerezza contenuta nel mondo; al destino di questa tenerezza che viene annientata, o sprecata, o stravolta in follia; ai bambini negletti che canticchiano tra sé rincantucciati nella sporcizia; alle belle erbe infestanti che non si sanno nascondere al fattore, costrette a osservare impotenti lo scimmiesco incombere della sua ombra allorché egli si lascia alle spalle una scia di fiori maciullati, mentre le tenebre avanzano mostruose.

3

Era passata la mezzanotte quando dal soggiorno sentì il marito che si lamentava; e subito dopo lui entrò barcollando, sulla camicia da notte il vecchio cappotto dal collo di astrakan che preferiva di gran lunga al bell'accappatoio blu.

«Non riesco a dormire» gridò.

«Perché,» chiese lei «perché non riesci a dormire? Eri così stanco».

«Non riesco a dormire perché sto morendo» disse, e si sdraiò sul divano.

«É lo stomaco? Vuoi che chiami il dottor Solov?».

«Niente dottori, niente dottori» gemette. «Al diavolo i dottori! Dobbiamo tirarlo fuori di là al più presto. Se no saremo noi i responsabili. I responsabili!» ripeté, alzandosi di colpo a sedere, i piedi sul pavimento, e battendosi la fronte con il pugno serrato.

«Va bene,» disse lei piano «ce lo portiamo a casa domani mattina».

«Mi andrebbe un tè» disse il marito, e si rifugiò in bagno.

Chinandosi con difficoltà, lei recuperò alcune carte da gioco e un paio di fotografie che erano scivolate dal divano sul pavimento: il fante di cuori, il nove di picche, l'asso di picche, Elsa e il suo pretendente belluino.

Lui rientrò di splendido umore dicendo a voce alta: «Ho pensato a tutto io. Gli diamo la camera da letto. Ognuno di noi passerà parte della notte vicino a lui e l'altra parte su questo divano. A turno. Faremo in modo che il dottore lo veda almeno due volte la settimana. Non importa quello che dice il Principe. Comunque non avrà molto da dire perché costerà di meno».

Squillò il telefono. Era insolito che il telefono squillasse a quell'ora. La pantofola sinistra gli si era sfilata, e per rimettersela annaspò con le dita e il calcagno, in piedi in mezzo alla stanza, guardando sua moglie con la bocca aperta e sdentata, come un bambino. Conoscendo meglio l'inglese, era lei che rispondeva alle telefonate.

«C'è Charlie?» disse una sorda vocina di ragazza.

«Che numero cerca? No, ha sbagliato numero».

Il ricevitore fu riagganciato delicatamente. La mano di lei si spostò sul vecchio cuore stanco.

«Mi ha fatto paura» disse.

Egli ebbe un sorriso fugace e subito riprese il suo concitato monologo. Sarebbero andati a prenderlo appena fatto giorno. I coltelli li avrebbero tenuti sotto chiave in un cassetto. Anche nei suoi momenti peggiori, lui non costituiva mai un pericolo per gli altri. Il telefono squillò una seconda volta. La stessa voce giovane, atona, ansiosa, chiese di Charlie.

«Lei chiama il numero sbagliato. Le dico io quello che sta facendo: fa la lettera O invece dello zero».

Si sedettero a quel tè di mezzanotte inatteso e festoso. Il regalo di compleanno era lì sulla tavola. Lui sorseggiava la bevanda rumorosamente; il volto acceso; di tanto in tanto sollevava il bicchiere cui impartiva un moto rotatorio per far sì che lo zucchero si sciogliesse del tutto. La vena, sul lato della testa calva dove c'era una grossa voglia, si stagliava ben visibile e, pur essendosi rasato al mattino, sul mento apparivano ispidi peli d'argento. Mentre lei gli versava un altro bicchiere di tè, si mise gli occhiali e riesaminò soddisfatto i gialli, i verdi, i rossi luminosi dei vasetti. Le sue umide labbra sgraziate sillabavano le eloquenti etichette: albicocca, uva, corbezzolo, cotogna. Era arrivato a mela selvatica quando il telefono squillò di nuovo.


Questa volta niente numeri, ma solo un’ultima, triste e solitaria, immagine:

(no, non aggiornerò MAI a Windows 10)